fotografare la luceGiovedì 23 giugno 2011 ore 19.00, Stazione Rogers in Riva Grumula, Trieste.

ESPONGONO: Cecere, Criscuoli, Culot, Da Pozzo, Frullani, Genuzio, Giacuzzo, Indrigo, Kusterle, Perini, Scabar, Sillani, Tubaro, Adriano Cadel e Claudio Ernè.
Una selezione di opere delle migliori firme di autori della regione che, cosa rara attualmente nel campo artistico, operano con grande sinergia e spirito collaborativo. Pur mantenendo le loro specificità  ognuno di essi ama il confronto reciproco e la relazione creativa per mettere in discussione, e approfondire il lavoro su un mezzo espressivo che, nell’attualità , conserva il ruolo di protagonista della comunicazione evolvendosi continuamente.
Nell’epoca della fotografia per facebook ed mms, questi fotografi danno una loro personale risposta chi guardando all’estetica, chi alla tecnologia evoluta e chi alla filosofia e all’arte e ne emerge un ottimo insieme di lavori. Il gruppo opera, esporrà  ed ha esposto in pi๠sedi tra le quali recentemente a Palazzo Frisacco con la mostra Luci, a cura di Comunicarte. Ora è la volta della Stazione Rogers, distributore culturale e di intrattenimento dell’estate triestina.

In video saranno anche presenti fotografie del Friuli storico di Adriano Cadel e una serie di scatti, recentemente realizzati, degli stessi luoghi di Claudio Erné che testimoniano la continua trasformazione del territorio. Nuovi edifici, nuove culture, nuovi segni della contemporaneità  a confronto con l’antico passato rurale.

Da qualche anno, un gruppo di fotografi della regione condivide una volta all’anno un’esperienza creativa ed estetica che genera una serie di operazioni. Non si tratta di una scuola, o di una particolare corrente estetica. Alcuni tra i fotografi coinvolti hanno partecipato a percorsi comuni nel passato lontano o presente, molti sono legati fra loro da franca amicizia, ma nulla di tutto ciò giustifica il riconoscimento di qualunque forma di percorso estetico comune. Nel gruppo ci sono professionisti in varie discipline fotografiche, artisti che hanno scelto la fotografia come veicolo della propria ricerca, fotografi che uniscono a questa attività  quella di insegnanti o curatori. Sono diversi per connotati anagrafici e storia personale, per materiali usati e procedure creative. Se uno volesse a tutti i costi trovare un tratto comune, in ver ità  uno ce n’è, ed è la disponibilità  di questi autori a seguire dei percorsi attraverso i quali la fotografia si rende disponibile a riflettere su se stessa, sulla propria natura e sui propri linguaggi.
L’altro elemento che va segnalato è il carattere  interamente autogestito di questa rassegna, che non ha un ideatore o un curatore: il gruppo di fotografi si assegna un tema, e lo esegue secondo le sensibilità  e le tecniche di ciascuno. àˆ un dialogo tra artisti che si sottrae a qualunque intermediazione, sia essa di carattere estetico o commerciale.

L’esistenza di un tema ha ovviamente una serie di implicazioni, la principale delle quali è data dal fatto che la maggioranza delle immagini appartengono a quella che potremmo chiamare staged photography, oppure con un termine simile ma non equivalente fotografia messa in scena. àˆ una tipologia particolarmente diffusa da quando il luogo privilegiato del discorso fotografico è passato dal giornale illustrato alle pareti della galleria o del museo. La fotografia messa in scena costringe ad abbandonare la fruizione spontanea, quella di osservare un oggetto della nostra attenzione attraverso la sua rappresentazione, e di spostare la nostra attenzione sulla modalità  della rappresentazione stessa, il passo iniziale di qualunque operazione che convenzionalmente chiamiamo concettuale. Se pensiamo alla fotografia come a uno schermo sul quale il soggetto è riflesso, l’operazione concettuale ci costinge a concentrarci sulla natura dello schermo e sulle modalità  e normative interne della visualizzazione pi๠che sulle caratteristiche del soggetto.

La maggioranza dei tredici autori prende questa strada, estrinsecando il proprio linguaggio elaborato, spesso, attraverso lunghi e complessi percorsi di ricerca. Il risultato è un panorama ampio, anche se non esaustivo, di quella che è la produzione contemporanea di fotografia d’arte, un elemento particolarmente prezioso in una regione che sembra prediligere in tutti i campi dell’estetica gli autori defunti, o molto in là  negli anni, rispetto a quelli pienamente attivi, il che impedisce regolarmente alla categoria del contemporaneo di essere visibile tra le emergenze presenti nel dibattito estetico o civile. L’arte come necrofilia si accomuna all’arte come noia nell’impedire alle tematiche dell’estetica viva di essere uno dei motori dello sviluppo, come ormai accade nella maggior parte dei paesi industrializzati.< br />àˆ il motivo per il quale quest’esperienza di movimento-non movimento, di comunità -non comunità  si rende estremamente preziosa, coniugazione irripetibile che sembra ispirata direttamente al motto scolpito sul frontone del palazzo della Secession di Vienna, «A ogni tempo la sua arte, a ogni arte la sua libertà ».

Fabio Amodeo